Living Hell - Simone Sbaraglia Photography

LIVING HELL

di Simone Sbaraglia


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Matshaleh ha 63 anni ed è molto fortunato, perché i suoi colleghi molto raramente vivono oltre i 40. Come altri 300 minatori dell'isola di Java, Matsaleh è costretto ogni notte a respirare i gas velenosi esalati da questa montagna che gli dà da vivere e da morire. Ogni notte deve scalare un pauroso pendio verticale con un carico da 80kg sulle spalle. Due viaggi ogni notte. Per questo ha la schiena deformata e le gambe piegate dal peso. Ma la cosa peggiore sono i polmoni e la gola divorati dai gas tossici che accecano, bruciano la pelle, tolgono il respiro, fondono la gomma, divorano e dissolvono perfino i denti. Quei gas tossici che hanno ucciso quasi un centinaio di suoi colleghi negli ultimi 10 anni. Perché il vulcano è imprevedibile e quando cambia il vento e il cratere si mette a sputare veleno, beh è finita. Matsaleh affronta ogni notte l'inferno senza alcuna protezione se non un fazzoletto bagnato sulla bocca. Tossisce e lavora nel caldo asfissiante cercando di cogliere, tra i gas velenosi, una boccata di aria rarefatta ogni tanto. Lo fa perché viene pagato 78 centesimi ogni 10kg di zolfo che riesce a tirare fuori dall'inferno, strappandolo al diavolo a forza di sangue e sudore. Dieci dollari a notte, se riesce a fare due viaggi, finché ci riuscirà, perché i suoi figli non debbano fare lo stesso. Lo zolfo estratto viene acquistato per pochi centesimi dall’industria chimica per la produzione di detergenti e fertilizzanti, dall’industria petrolifera e da quella alimentare per la raffinazione dello zucchero.I minatori di tutto il mondo hanno sempre dovuto sopportare condizioni di lavoro pericolose e disumane, ma i minatori dell'Indonesia sono tra i più sfortunati. Questi uomini rischiano la loro vita ogni giorno scendendo nella miniera senza alcuna protezione. Le condizioni di lavoro sono inumane e gli concedono un'aspettativa di vita paurosamente bassa: 30-40 anni al massimo. Questi uomini sostanzialmente donano la propria vita alla miniera di zolfo. Ogni giorno scalano le pareti della montagna senza maschere antigas, senza stivali, guanti o protezione alcuna. Non lo fanno per divertimento o per passione ma per semplice necessità. Lo fanno perché le loro famiglie possano sopravvivere.Questo inferno ha un indirizzo: Kawah Ijen, Isola di Java, nel cuore dell’Indonesia. Java, una delle oltre 17.000 isole di cui è composta l'Indonesia, è tra le più popolose al mondo, abitata da più della metà dei 250 milioni di residenti in Indonesia. A pochi chilometri dai centri abitati c’è la lunga serie di vulcani di cui fa parte anche lo Ijen.Il vulcano è famoso per le sue eruzioni di lava blu, uno spettacolo della natura, si dice. Pare infatti che la lava dello Ijen prenda fuoco a causa dei gas che emergono dal terreno, causando una sorta di eruzione blu visibile di notte e decisamente spettacolare.Da sempre cerco la natura selvaggia, meravigliosa, sperduta, per documentarla con i miei scatti. Sono un fotografo naturalista, e attratto da alcune immagini e racconti di questa meravigliosa lava blu sono arrivato a Java con la mia fedele guida indonesiana, Ninny. Ci conosciamo da anni, una presenza preziosa in tutti i miei viaggi nelle giungle di questo paese. Tutto è pronto, attrezzatura e maschera antigas, indispensabile per via delle esalazioni tossiche che provengono dal cratere del vulcano. Partiamo a mezzanotte per risalire il sentiero che ci porterà sul bordo del cratere dove potremo ammirare la lava blu nell’oscurità della notte. Il sentiero è estremamente ripido, 3000m di salita seguita da 1000m di ripidissima discesa nel cuore del vulcano. Man mano che saliamo inizio a notare molti uomini con delle ceste sulle spalle, che salgono con noi, hanno una luce in testa, come noi, ma nessuna maschera antigas, la loro pelle è fortemente arrossata, i loro occhi infiammati, le narici bruciate e le ossa deformate. Sono giovani, hanno in media dai 25 ai 35 anni. Ci salutano calorosamente, sono curiosi di sapere da dove veniamo parlano un dialetto che anche la guida fatica a capire, ma sono ansiosi di scambiare due parole. Due parole veloci e via di nuovo verso il cratere ad un passo due volte più veloce del nostro.Sono raccoglitori di zolfo, i più poveri tra i poveri, persone ai margini della società. Persone che non possono permettersi di fare altro, che vivono letteralmente alla giornata, per poter sfamare la famiglia e cercare di offrire ai propri figli un futuro migliore. E per farlo ogni giorno scalano il vulcano, discendono nel cratere e cercano di raccogliere tutto lo zolfo che entra in quelle due ceste in bilico sulle loro spalle. Lo fanno di notte, perchè di giorno la temperatura diventa insopportabile.Salgono insieme alle centinaia di turisti che, come me, sono lì per la lava blu. Nessuno si accorge di loro, la loro fatica sembra invisibile, le persone non si scansano nemmeno per farli passare sul sentiero, nonostante sia evidente la fatica della salita, schiacciati da quel quintale di zolfo che hanno addosso. I segni lasciati sul loro corpo dal calore infernale e dalle esalazioni di zolfo raccontano il loro patimento, basta uno sguardo per capire l’inferno che li avvolge. Sono alcune centinaia gli uomini che lavorano nel cuore del vulcano Ijen.Ogni giorno accumulano gialli blocchi di zolfo che solidifica intorno al cratere acido del lago vulcanico. Lo zolfo viene poi utilizzato per raffinare lo zucchero bianco, fare fiammiferi e fertilizzanti, e vulcanizzare la gomma.Un camino attivo vicino alle sponde del lago è usato per le operazioni di miniera. L’acqua nel cratere è abbastanza acida da dissolvere i vestiti, corrodere il metallo e causare problemi respiratori. Il suo ph di 0.5 è simile all'acido delle batterie.Per estrarre lo zolfo i minatori utilizzano dei tubi che vengono infilati nelle fessure della roccia. Lo zolfo fuso sgorga dai tubi di un colore rosso sangue che a contatto con l’aria si raffredda e solidifica assumendo il tipico colore giallo brillante. Questo metodo di estrazione dello zolfo è stato largamente usato fino al secolo scorso in moltissime nazioni come l’Italia, la Nuova Zelanda, il Cile. Ma le nuove tecnologie permettono oggi di estrarre lo zolfo meccanicamente. Tuttavia in questo remoto angolo di mondo le nuove tecnologie non sono arrivate e l'estrazione è affidata al tremendo lavoro manuale di questi uomini, che rompono in pezzi lo zolfo e riempiono i loro cesti di vimini, dopodichè si avviano per la ripidissima salita che li porterà fuori dal cratere. Ogni uomo si carica di circa 90 kg di zolfo e lo trasporta alla stazione di peso che si trova ai piedi della montagna.Il lavoro toglie loro centimetri di altezza, curvando i loro corpi fino a fargli prendere una forma adatta a quel lavoro disumano. Molti di loro, per proteggersi dalle esalazioni, sono in grado di trattenere il respiro per un periodo piuttosto lungo. Cercano di fare più carichi che possono in un giorno. "La paga è buona, il doppio di quello che guadagneremmo lavorando nelle piantagioni di caffè. Ci sono tante montagne, ma solo questa ci dà lo zolfo che ci fa vivere” dice Sulaiman, minatore da 15 anni.Arrivati in cima ci fermiamo un attimo a riprendere fiato prima di affrontare la ripida discesa nel cratere. I portatori non si fermano, proseguono verso l’inferno. Faccio un cenno alla mia guida (portiamo già le maschere antigas e parlare è difficoltoso) e riprendiamo il cammino. Il primo tentativo di discesa fallisce, il vento tira verso di noi e dopo poche centinaia di metri dobbiamo fermarci e tornare indietro. I gas tossici sono così forti da penetrare all’interno della maschera, rendendo impossibile respirare. Gli occhi bruciano, non è possibile vedere il sentiero. Proseguire la discesa significherebbe esporsi ad un serio pericolo: il sentiero è così ripido che un piede in fallo può significare una caduta rovinosa. Mentre battiamo rapidamente in ritirata mi domando come mai i minatori non si sono fermati. Non avevano nemmeno maschere antigas, come fanno a respirare? Come fanno a vedere? Mi riprometto di chiedere alla mia guida, quando potrò finalmente togliere questa fastidiosissima maschera. Dopo qualche ora il vento cambia e possiamo tentare nuovamente la discesa. Scopro così che la lava blu non esiste, sono solo fiamme che assumono questo particolare colore nella notte a causa della presenza dei vapori di zolfo. Oltre tutto si tratta di piccole “pozzanghere” di fuoco di pochi centimetri, o al massimo metri, di larghezza. Nulla a che vedere con le immagini che circolano e lasciano intuire che si tratti di una vera e propria colata di lava. Ma se la lava blu non esiste i minatori esistono. Sono reali, sono uomini condannati a vivere all’inferno e a morire probabilmente prima di aver raggiunto i 50 anni. A volte muoiono prima, quando il respiro del vulcano improvvisamente si fa più intenso, incandescente e carico di fumi tossici, e le esalazioni bruciano i loro corpi dall’interno e per loro non c’è scampo. Se cambia il vento e ti trovi nel punto sbagliato rischi di essere investito dai gas tossici, impossibilitato a muoverti e a respirare. La nuvole velenose non sono vapore, ma acido solfidrico (hydrogen sulphide) e anidride solforosa così concentrati che bruciano occhi e gola e con il tempo dissolvono perfino i denti dei minatori.Incurante delle raccomandazioni della mia guida, mi arrampico su un pendio laterale del cratere per provare un altro punto di ripresa. Con l’ondata di fumo portata dal vento arriva il panico. Gli occhi lacrimano, non si vede a un centimetro, non è possibile muoversi. Puoi solo accucciarti con il viso tra le mani aspettando che passi, cercando di fare respiri corti, premendo più forte possibile la maschera antigas contro il viso. E se non passa? Se il vento non cambia in fretta? Quanto potrò resistere qui? Appena il vento cambia direzione e il fumo inizia a diradarsi scendo rapidamente. La mia guida mi guarda con preoccupazione e disapprovazione scuotendo la testa, “è molto pericoloso”, mi dice. E loro? I minatori? Senza nemmeno la maschera a consentirgli quei brevi respiri dolorosi. Decido che passerò i giorni seguenti a documentare il loro lavoro, sperando di poter raccontare la loro storia. Prima di ripartire regalo a uno di loro la mia maschera antigas con tutto il corredo di filtri non ancora utilizzati. Due minuti dopo l’aveva venduta per qualche decina di dollari ad un turista sprovveduto e ansioso di salire per vedere la lava blu. Per pochi altri spiccioli il minatore gli farà da guida fino al cratere. Chiedo spiegazioni alla mia guida, che allarga le braccia: "Non hanno niente - mi dice - i soldi della maschera antigas equivalgono a settimane di lavoro". Mi guardo intorno, i turisti tornano a valle, i minatori continuano a salire e scendere. A vivere e morire, sulla porta dell’inferno.Simone Sbaraglia


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